Leggere il labiale in Terapia Intensiva basta davvero?
Molti pazienti in Terapia Intensiva e Sub-Intensiva sono coscienti ma impossibilitati a parlare. La lettura del labiale è sufficiente per comprendere bisogni, sintomi ed emozioni?
No, non sempre.
La lettura del labiale può rappresentare un tentativo di comunicazione, ma nei contesti di Terapia Intensiva e Sub-Intensiva presenta limiti importanti. Debolezza, stanchezza, alterazioni neurologiche, ventilazione non invasiva, tracheostomia, traumi e difficoltà di concentrazione possono rendere difficile comprendere ciò che il paziente sta cercando di esprimere.
Quando il paziente è cosciente ma non riesce a parlare, la comunicazione diventa parte integrante della qualità assistenziale, della sicurezza clinica e dell’umanizzazione delle cure.
Se il paziente muove le labbra, abbiamo davvero capito cosa vuole dire?
È una situazione che infermieri e operatori sanitari conoscono bene.
Il paziente cerca di parlare, muove le labbra, l’operatore si avvicina, prova a leggere le parole, formula ipotesi:
“Ha dolore?”
“Vuole cambiare posizione?”
“Ha bisogno di acqua?”
A volte la risposta arriva. Altre volte no. La domanda da porsi è semplice: stiamo realmente comprendendo il paziente o stiamo cercando di interpretarlo?
La differenza è sostanziale.
Perché leggere il labiale può non essere sufficiente?
In area critica la capacità di comunicare può essere compromessa da molte condizioni:
- intubazione con o senza ventilazione meccanica;
- tracheostomia;
- ventilazione non invasiva (casco, full face, maschera);
- trauma cranico;
- malattie neurologiche progressive;
- interventi chirurgici testa-collo;
- traumi facciali;
- ustioni o lesioni che limitano i movimenti;
- barriera linguistica;
- stanchezza e difficoltà di concentrazione.
Anche quando il paziente è perfettamente vigile, l’articolazione delle parole può risultare incompleta, poco comprensibile o impossibile da interpretare.
In questi casi la lettura del labiale rischia di diventare un processo di tentativi successivi.
Il tempo della comunicazione è anche tempo assistenziale
Quando la comunicazione non è efficace, il tempo necessario per comprendere un bisogno aumenta.
- Si ripetono le domande.
- Si formulano ipotesi.
- Si coinvolgono altri operatori.
- Si cerca di interpretare gesti, sguardi e movimenti.
Sono situazioni frequenti che possono generare:
- frustrazione nel paziente;
- senso di impotenza nell’operatore;
- aumento del carico cognitivo;
- rallentamento di alcune attività assistenziali;
- difficoltà nel coinvolgere il paziente nel proprio percorso di cura.
La comunicazione, quindi, non riguarda soltanto la relazione.
Riguarda anche l’organizzazione del lavoro.
Il paziente non vuole soltanto rispondere «sì» o «no»
Dietro il tentativo di comunicare di un paziente non verbale può esserci un dolore da localizzare, una posizione da modificare, una sensazione di freddo o di caldo, la fatica, la paura, il bisogno di comprendere ciò che sta accadendo, il desiderio di parlare con i propri familiari o, semplicemente, la necessità di sentirsi ascoltato e rassicurato.
Comunicare significa anche umanizzare la cura
La possibilità di esprimersi rappresenta uno degli aspetti più profondi della dignità della persona ricoverata.
Essere ascoltati significa poter partecipare, significa sentirsi presenti, significa non vivere la degenza come una condizione di isolamento comunicativo.
Per questo il tema della comunicazione dei pazienti coscienti ma non verbali sta assumendo un’importanza crescente all’interno dei modelli assistenziali più avanzati.
L’umanizzazione delle cure passa anche dalla possibilità di permettere al paziente di far sentire la propria voce, anche quando la voce non può essere utilizzata.
Dall’interpretare al comprendere: una scelta organizzativa
Sempre più strutture sanitarie stanno iniziando a considerare la comunicazione come una componente strategica della qualità assistenziale.
In questo percorso, DICo Technologies e SEDA spa affiancano gli ospedali che scelgono di investire in modelli assistenziali evoluti, in cui innovazione tecnologica, sicurezza clinica e umanizzazione delle cure procedono insieme.
Perché in Terapia Intensiva e Sub-Intensiva la vera domanda non è soltanto: “Riesco a capire il paziente?”
La domanda è: “Sto creando le condizioni perché possa davvero esprimere ciò che vuole comunicare?”
L’umanizzazione delle cure passa anche dalla possibilità di permettere al paziente di far sentire la propria voce, anche quando la voce non può essere utilizzata.